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LA STORIA
QUANDO I NEGRI SBARCARONO IN TERRA BRASILIS
I veri primi coloni del Brasile furono i gesuiti portoghesi. In un tempo in cui si ignoravano le ricchissime miniere e le grandissime risorse agricole del Paese, la Terra Brasilis venne sbandierata dal Re di Portogallo come vanto di Fede Evangelica, ovvero come conquista il cui unico scopo era quello di portare la Luce di Dio a quelle popolazioni “barbare e infelici”.
Invece presto apparvero i primi diamanti e le prime avvisaglie dell’oro, sia quello comunemente considerato prezioso, sia gli altri due tipi di “oro” nuovissimi e per niente metallici: l’oro dei frutti del cacao che presto avrebbe dolcemente inondato gli elegantissimi salotti europei e il pregiato legno “pau brasil”.
Fu rapido l’interesse che queste “scoperte” destarono tra i futuri coloni, così come l’intenzione di sfruttare al massimo tutte quelle inattese risorse. Ma altrettanto inatteso si propose il problema della mano d’opera poichè gli indios - già difesi a spada tratta dai Gesuiti che avevano passato anni ad evangelizzarli (e che perciò non avevano alcuna intenzione di veder rinchiudere e maltrattare le loro pecorelle così faticosamente conquistate) - si rivelarono anche inadatti al lavoro forzato visto che, avendo in cambio della propria libertà solo virus e bacilli stranieri a cui non erano abituati, morivano come mosche.
L’idea che risolse, a modo suo brillante, fu di importare mano d’opera dall’estero. E sarebbe stata una grande idea se non si fosse trattato di mano d’opera schiavizzata e maltrattata oltre ogni concetto di dignità umana. Gli schiavi, trasportati in condizioni bestiali attraverso l’Oceano, arrivati a destinazione, nelle Fazendas, venivano lasciati a loro stessi: famiglie divise per sempre, ognuno costretto a convivere con chi, nella terra d’origine, era nemico, parlando lingue diverse. Loro stessi furono ad organizzare, per abitarvi dopo il lavoro, piccoli raggruppamenti di basse capanne (o “senzalas”) all’interno delle piantagioni. Ma l’accortezza di mescolare lingue, culture e tradizioni, se in un primo momento si era rivelata utile ai padroni, presto divenne la ricchezza di quelle genti, formando una cultura più ricca, più varia e più forte. E nel bagaglio culturale che ogni schiavo o ognuno degli sparuti indio portava con sè c’erano diverse tradizioni marziali che, unite, dettero vita ad un’arte elegante e micidiale i cui punti forti erano la sorpresa dell’attacco, l’agilità, la precisione.
Era nato il primo germoglio di capoeira.
Fino a che venne il giorno in cui, finalmente, gli schiavi cominciarono a fuggire dalle fazendas provocando, oltre il comprensibile disappunto dei proprietari, anche notevoli perdite economiche. Il flebile contrattacco portoghese fu di istituire una guardia privata, costituita per lo più da schiavi (“capitães do mato”) a cui il padrone (“senhor do engenho”) aveva concessi, in cambio dei loro servigi, la libertà e un lavoro anzichè torture e punizioni. Scambio evidentemente assai allettante per gli interessati, che divennero perciò tristemente noti per la loro crudeltà.
Ma spesso le fughe riuscivano e i negri cercavano, come da copione, riparo nella foresta. Qui iniziarono ad apparire piccoli insediamenti chiamati “quilombos” (che letteralmente significa accampamento o fortezza) il cui scopo principale era la difesa dalle incursioni dei cacciatori di schiavi e la sopravvivenza quotidiana degli abitanti stessi. Presto vi arrivarono anche Indios ricercati per “sommossa” (con questo termine si intendeva, per capirsi, ogni opposizione dei nativi del Brasile alla cancellazione sistematica della loro cultura) e coloni europei troppo poveri o semplicemente delinquenti in fuga dalle autorità. Insomma presto i quilombos si caratterizzarono come società multietniche inaspettatamente fertili dal punto di vista culturale e organizzativo e se ne hanno tracce in diverse zone del Brasile: Amazonas, Maranhão, Pernambuco, Bahia, Sergipe, Mato Grosso, Minas Gerais, São Paulo, Santa Catarina e Rio Grande do Sul. Il quilombo più grande e famoso è stato il Quilombo de Palmares.
Il Quilombo de Palmares
Intorno all’ultimo decennio del secolo XVI e i primi anni del secolo successivo una quarantina di schiavi fuggiti da una fazenda in Pernambuco si fermò in un luogo piuttosto adatto a nascondersi: in montagna a circa 70 km dalla costa, la Serra da Barriga, offriva enormi distese di palmizi in intricati intrecci che fino a quel momento non ne avevano fatto un luogo particolarmente allettante in cui stabilirsi. L’ardito accenno di villaggio che costruirono lo chiamarono “Angola Janga” (piccola Angola) anche se - visto che notoriamente la storia ricorda più facilmente i nomignoli semplificati che gli ignoranti affibbiano a ciò che non capiscono nel grande Libro della Storia viene ricordato come “Palmares” dato che la vegetazione locale era costituita da palme (appunto, viva l’originalità).
Ben presto quella che doveva essere una struttura di accoglienza e difesa si ingrandì e sentì perciò stretto l’antico ruolo. Così, probabilmente annoiati a morte gli abitanti di “Angola Janga” pensarono: perchè non approfittarne per attaccare le fazendas vicine, liberare schiavi, rubare armi e munizioni, e fare prigionieri? Questo tipo di attività aggressiva preoccupò non poco le autorità che alzarono invano la voce (e non solo la voce, visto che la polvere da sparo produceva “boom” incredibilmente più efficaci di quelli che avrebbero potuto essere gridati con il massimo impegno di allenatissime corde vocali) fino dal 1602. Quasi sempre uscendo intonsa e sbeffeggiante, la comunità si fece più stabile ed affiancò nel proprio sostentamento le coltivazioni alle tradizionali caccia e pesca. Lo fece tanto caparbiamente che presto i prodotti erano sufficienti anche ad organizzare un accenno di commercio. Benaccetti erano, ovviamente, armi, utensili e munizioni utili alla resistenza.
Non esisteva la proprietà privata e l’organizzazione era prevalentemente matriarcale (documentato dal resoconto di un proprietario terriero del 1677) nonostante la forma di governo fosse una proto-monarchia federale di linea maschile (il vecchio discorso del potere delle donne che consiste, basicamente, nel far credere agli uomini di esserne i detentori, eh vecchie volpi…). Alla faccia del “villaggetto sulle montagne” pare che la popolazione del quilombo sia arrivata a raggiungere le 20.000 persone.
Come abbiamo già accennato, parte della popolazione era anche indio e bianca. I bianchi di solito erano persone che vi si rifugiavano per problemucci con la giustizia, per motivi economici (la vita per i poveri nel brasile coloniale era facile come per un ideologo ariano uscire indenne da un comizio ad Harlem) o religiosi (ebrei e atei venivano semplicemente un po’ perseguitati). Era quindi una società multiculturale come si direbbe oggi per attirare l’attenzione dei media, dove un frullato di portoghese, africano e tupi-guarani suonava come mezzo di comunicazione. Allo stesso modo, anche le forme di religione si assestarono mischiandosi e influenzandosi inusualmente senza far morti.Stava nascendo e definendosi l’ormai famoso pacchetto di cultura afro-brasiliana: capoeira, maculelè, candomblè, samba di roda. La capoeira, essendo appunto d’origine africana, secondo lo stesso fenomeno di manifesta ignoranza che qui da noi porta a definire “marocchino” tutto ciò che proviene genericamente dal nord-africa, fu probabilmente etichettata in questo periodo come “de angola”.
Ganga Zumba e Zumbì de Palmares
Ganga Zumba fu il re più famoso di Palmares. E anche uno dei pochi ricordati in effetti dato che l’impostazione prevalentemente orale della cultura e della storia dei quilombos ci ha evitato fastidiose filastrocche di nomi improbabili tipo quella inerente a Roma e ai suoi sette re.La prima sconfitta di Palmares avvenne soltanto nel 1676. Ganga Zumba, soddisfatto evidentemente dei risultati raggiunti, un po’ traballante nella sua antica fermezza vista la grossa quantità di prigionieri fatta dai portoghesi e non ultimo forse un po’ stanco di guerreggiare tra le palme, scese in città per firmare un accordo che prevedeva il trasferimento come uomini liberi di tutti coloro che fossero nati a Palmares in un’altra zona, la possibilità del nuovo insediamento di commerciare liberamente e l’accettazione del reintegro sociale di tutti quelli che avrebbero sottoscritto l’accordo. Fedele al detto “parenti serpenti”, il di lui nipotino si mise a capo della fazione degli scontenti.Come tutti gli eroici giovanotti che si sacrificano per giustizia e libertà, il regal nipote divenne assai famoso se non leggendario: Zumbi De Palmares.
Zumbi De Palmares nacque presumibilmente libero all’interno del quilombo. Piccolissimo venne catturato dai portoghesi ed inspiegabilmente risparmiato. Preso in consegna da un prete gesuita, padre Antonio Melo, venne battezzato come “Francisco” ed educato come un religioso. Parlava perfettamente latino e portoghese e lo stesso prete ne descrive in un documento le eccezionali capacità intellettuali “per essere un negro”. Com’è ovvio e deducibile da questa notazione carica d’amor cristiano, le potenzialità del popolo di origine africana erano individuate e valutate solo in relazione al peso massimo che potevano trasportare e alle ore di lavoro che potevano sostenere senza stramazzare al suolo. Comunque, il bimbo Francisco eroe precoce verso i 15 anni fuggì di casa, in perfetto stile adolescenziale, ma con intenti oltremodo bellicosi. In effetti, a pensarci bene, vivere con uno che si stupisce che tu sia intelligente e negro al contempo non doveva essere tutta questa festa. Così se ne tornò al quilombo, giusto in tempo per intraprendere la carriera militare, per così dire, e diventare inarrestabile condottiero.Ma prima ovviamente si sbarazzò del suo nome cattolico assumendo il leggendario “Zumbì”. Non sappiamo il vero significato del suo nome ma alcuni dicono che potrebbe significare “morto”, “dio della guerra” o addirittura “morto vivente”.Si è sostenuto anche che Zumbì fosse il nome di un avamposto militare delle forze armate di Palmares collegato agli innumerevoli “Zumbis” che risultano morti nei documenti portoghesi. Il fatto è che i comandanti portoghesi ricevevano una ricompensa dal re del Portogallo per ogni ribelle ucciso quindi non è da stupirsi che, trovato un nome, ne riempissero i resoconti di guerra. Nell’intento, militarmente poco lodevole ma umanamente comprensibile, di frodare i propri mandanti. Nel 1673 il nome di Zumbì appare per la per la prima volta nei documenti portoghesi quando la spedizione di Jacome Bezerra fu sconfitta. Dopo l’opposizione allo zio e la presa di comando dei palmarensi ribelli resistette con loro fino al 1687. I portoghesi, alla fine, persa un po’ la pazienza ed evidentemente stizziti, organizzarono, nel 1693, una spedizione di quasi 14.000 uomini comandata da Domingos Jorge Velho. Assediarono la fortezza estremamente ben costruita che proteggeva Palmares. Ben costruita ovviamente non significa indistruttibile come poterono dimostrare i 200 cannoni fatti arrivare freschi, freschi dalla capitale proprio per l’occasione. Zumbì, pur dato per morto, riuscì a salvarsi. E l’anno seguente con 2000 uomini ancora organizzava imboscate. In una di queste venne catturato uno dei capitani di Zumbì, Antonio Soares, amico e cognato del condottiero. Seguendo i detti “chi la fa l’aspetti”, il già citato “parenti serpenti” e il non ultimo “dagli amici mi guardi Dio che dai nemici mi guardo io” è facile dedurre che fu proprio lui che, in cambio della promessa della libertà, imprigionato e torturato, scelse di tradire Zumbì. Gli si presentò come se fosse riuscito a fuggire e quando Zumbì, felice di vederlo tornare, andò ad abbracciarlo, Antonio Soares lo pugnalò. Era il 20 novembre 1695, tutt’oggi tale data viene ricordata con una festa nazionale in nome della Coscienza Negra.
L'ABOLIZIONE DELLA SCHIAVITÙ
1871 “lei do ventre livre” decreta l’emancipazione dei nascituri figli degli schiavi
1885 “lei do sexagenarios” libera gli schiavi che arrivavano a compiere i 60 anni
1888, 13 maggio, “Lei Aurea” la schiavitù viene definitivamente abolita
Tutte leggi firmate dalla figlia di Pietro II imperatore del Brasile, la famosa Principessa Isabel. All’origine di queste leggi ci furono sicuramente sia le pressioni del parlamento, sia l’insistente azione sabotativa dei quilombos. Qualcuno ha avanzato anche sospetti maliziosi, purtroppo mai confermati, sull’identità segreta di alcuni consiglieri della principessa.Mentre Castro Alves declamava in versi immortali questo grande passo per l’umanità e per la società brasilera, mentre si bruciavano i documenti di proprietà per non dover risarcire gli ex padroni di schiavi (la liberazione aveva avuto grossomodo le modalità di un esproprio statale), gli schiavi liberati si trovavano nella situazione difficile di non avere uno spazio di vita in cui collocarsi. Molti si dettero alla malavita, per quel che avevano da perdere e comprensibilmente astiosi verso la società cosiddetta “civile”. Molti altri vennero impiegati, per l’abilità nella lotta e la forza fisica, come guardie personali o per spedizioni intimidatorie e/o punitive. La maggior parte si trasferì nelle zone portuali guadagnandosi da vivere come marinai, facchini e stivatori.
La capoeira venne associata appunto al delinquentame e ai grossi negri spezza-ditina e definita carinamente “elemento di destabilizzazione sociale”, come si evince dai primi rapporti della polizia che le si riferiscono chiamandola anche vadiação (cioè vagabondaggio, indolenza) o malandragem (traducibile con il dialettico ma appropriato “scugnizzìa” ovvero astuzia tipica dei furfanti di strada). Niente di buono, quindi, per il capoeirista medio. Sia per questa associazione che per il fatto che la buona società imperiale storceva il naso davanti a qualsiasi manifestazione di cultura non puramente portoghese, la capoeira, semplicemente, viene messa al bando: l’articolo 402 del codice penale repubblicano, istituito nel 1890, proibisce "la pratica nelle strade o nelle pubbliche piazze dell’esercizio di agilità e destrezza fisica conosciuto col nome di capoeiragem", con pene dai due ai sei mesi di prigione per i praticanti e il doppio per i maestri o i capi. Il personaggio sicuramente più noto del periodo è il leggendario Besouro Mangangà.
Ma ritorniamo al porto. Il porto pieno di personaggi le cui gesta corrono di bocca in bocca agghindandosi di romanticismo e sfociando nella leggenda. Il porto che, com’è noto, è un simpatico luogo di scambio di culture, a volte scambio piuttosto estremo, specie durante le feste e in questioni di donne e alcol. Faceva presumibilmente comodo possedere un minimo di capacità marziali oltre il naturale sviluppo muscolare dovuto al lavoro pesante.Insomma, se ci si pensa, non è tanto difficile immaginare che in una qualsiasi taverna dove, dopo il lavoro e nei giorni di festa si beveva e si ballava in cerchio, secondo le modalità tipiche del samba di roda (come di tantissime altre danze popolari), potessero improvvisamente scoppiare risse per un qualsiasi motivo e che la rissa si consumasse al centro del cerchio formato dagli astanti. Chi conosce un po’ lo stile del popolo brasiliano arriva subito a figurarsi la reazione degli astanti stessi: ovvero continuare a suonare accompagnando la rissa da beffe, tifo, richiami e avvertimenti.Questa scena ricorda qualcosa di noto, no? Ovviamente, a parte l’aspetto suddetto, la capoeira era adattissima anche a diventare una forma di gioco, la più rappresentativa della vita condotta da chi la praticava.
Besouro Mangangà in verità si chiamava Manoel Henrique ed era nativo di Santo Amaro da Purificação, nel Recôncavo baiano. Non c’era il mare ma c’era il fiume assai navigabile e quindi tanto vale. Ora, considerato che besouro vuol dire cervo volante, ci si immagina il giovanotto volteggiare sbeffeggiante davanti all’attonita polizia. Dicono addirittura che sapesse trasformarsi in insetto ma tutto fa pensare che questa versione faccia parte della leggenda, ma comunque… Nella capoeira era, pare, invincibile anche perchè sapeva prendersi cura di se stesso. Nel senso che si “fechava” ovvero si “chiudeva”, si proteggeva spiritualmente. Che poi questa protezione fosse realmente, come dicono, in grado di evitargli gli effetti d’arma da fuoco, magari è dubitabile. Ma infine non ha comunque tanto senso privarsi del piacere di una bella favoletta. E favoletta per favoletta continuiamo narrandone le gesta come quella volta che, inseguito dalla polizia, si mise con le spalle ad una croce nella piazza e che spalancò le braccia. La polizia sparò e lui cadde al suolo. Ma quando le guardie, convinte di averlo ucciso, si avvicinarono, lui balzò in piedi colpendone più di una e se ne andò ridendo.Dice che i ragazzini lo adorassero e che lui stesso ne ricercasse la compagnia. Che ridesse sempre e che fosse un rubacuori e un gentiluomo. L’unica arma a cui non poteva opporre la sua forza era un coltello di “tucum”. Ovviamente su origine e natura di questa misteriosa arma ci son almeno due diverse scuole di pensiero: una sostiene che il “Ticum” o “Tucum” sia un legno velenoso adatto giustamente ad aprire (possibilmente con grandi spargimenti di sangue) il corpo “fechado”. L’altra che sia semplicemente un coltellaccio di dimensioni davvero consisenti usato per abbattere palmizi chiamati “tucum” (e da qui il nome del coltello, sempre con il criterio della massima inventiva). Comunque sia, fu ovviamente con tale arma che Besouro venne puntualmente ucciso all’età di 27 anni da un assassino prezzolato a Maracangalha, che lo colpì ingannandolo (qui la leggenda si divide. C’è chi parla di un attentato a tradimento e chi ripropone il vecchio stilema dell’uccisione del messaggero analfabeta). Il nome di Besouro Preto (alcuni dicono che siano due nomi della stessa persona, altri invece che siano due personaggi diversi) è ancora oggi uno dei più ricorrenti nelle canzoni di capoeira. E Besouro ha lasciato anche degli allievi (come Cobrinha Verde, ad esempio), che ne hanno raccontate le gesta. Almeno quelle più probabili. Insomma, alla fine si può affermare che Besouro non è solo frutto della leggenda.
La gente del porto, il capoeira.
Da “ A arte da capoeira” di Camille Adorno.
“Sulla porta della tabaccheria c’è un uomo davanti ad un frate florido e rubicondo. Indossa un largo cappotto a pieghe nel quale la sua figura magra affonda e scompare lasciando appena apparire, oltre due caviglie secche di pernice, una folta e irsuta capigliatura in cui naviga un cappello di feltro.Parla a voce alta e sghignazza, puzza di alcool e discute: è il capoeira.Pur non avendo l’atleticità e l’aspetto forte e sano del negro, è comunque uno che tutti temono e che anche i rappresentanti della legge, per cautela, rispettano.Incarna lo spirito d’avventura, della furbizia e dell’inganno. È sereno e temerario e al momento della contesa, prima di pensare al pugnale o al rasoio, sempre cuciti sotto il mantello, usa la sua meravigliosa destrezza confondendo con quella gli avversari, più armati e numerosi.È a questo punto che quell’omuncolo debole e leggero si trasforma: getta lontano il suo cappello di feltro, il suo mantello e salta come un gatto, corre, scappa, avanza e supera, agile astuto cauto e deciso. In questo suo muoversi istintivo e rapido, la creatura è un essere che sfugge a chiunque, un fluido, qualcosa di inafferabile come un’idea, come un lampo. Sorge e scompare.Si mostra ancora e subito sfugge. Tutta la sua forza consiste in questa destrezza elastica che spaventa, davanti alla quale l’europeo vacilla attonito e l’africano vibra.Nonostante nell’ora della lotta porti sempre tra i denti il ferro del momento estremo, è con la testa, il braccio, la mano, la gamba o il piede che lui abbatte il minaccioso rivale.Continuando a gingare e saltellando si butta con la testa contro la pancia del suo avversario e lo getta a terra. Con la gamba lancia la trave, il calcio. La mano da’ uno schiaffone, il piede uno sgambetto e in più da’ un calcio girando su se stesso. […] Tutto questo in una coreografia di gesti che confonde. Lotta con due con tre anche con quattro o cinque. E li vince tutti. Quando arrivano i poliziotti con le loro armi e le loro intimazioni di giustizia, sul campo non rimane neppure una traccia del capoeirista feroce, che si è fatto nuvola e fumo e che è sparito.Nei momenti di pace ama la musica, la dolcezza sensuale di certi balli nei posti dove ci son vino, gioco, fumo e mulatte. Frequenta le taverne, gli arsenali marini. Sfrutta la sua nomea di delinquente per guadagnare il rispetto e la possibilità di protestare contro le torture imposte agli schiavi.Ha sempre come amico un falsario, come compagno un assassino professionale e per scena un ladro. In fondo in fondo è cattivo perchè vive nei posti invasi dal vizio e dal crimine. Dal punto di vista sociale è una piaga così come avrebbe potuto essere un fiore. Non gli mancano, a parte gli istinti cattivi, gesti amabili e teneri. È cavalleresco con le donne. Difende i deboli. Ha l’animo da Don Chishotte. Ed è religiossissimo. Quando esce di casa può scordare il coltello o le armi per uccidere, può scordare anche il proprio coraggio ma non si scorda della catenina con il santo sul petto e porta sulle labbra, sempre, il nome di Maria o di Gesù. A volte, quando l’ombra dell’alba è ancora un grosso cappuccio sulla città, lui è inginocchiato, commosso e pieno di pietà, battendosi il petto, baciando umilmente il suolo, in preghiera davanti ad un tabernacolo illuminato in una stradina qualsiasi. Sta pregando per l’anima di chi se ne andò dal mondo, di chi ha ucciso. È da credere che, come sentimento, il capoeira è davvero un tipo che incanta.”
Ricordato tra i capoeiristi più valenti nell’ambito portuale è Samuel Querido de Deus. Pare che i marinai nordamericani addirittura pagassero per vederlo lottare. E che lui li sbeffeggiasse preferendo di gran lunga spezzar loro le ossa nel confronto diretto. In verità, i marinai americani hanno un grande ruolo nella capoeira come la conosciamo oggi, per la loro ostinazione a volersi far menare dai capoeiristi: dicono ad esempio che più tardi Mestre Bimba abbia preso ispirazione per una delle sue destrezze, proprio da un esclamazione americana di un marinaio che aveva vista la morte più prossima del previsto: “God damn it!” divenne “godemi”, gomitata. Nell’ambito dei portuali si trovano capoeiristi anche molto impegnati nelle rivendicazioni sindacali e nelle agitazioni del popolo come raccontava magistralmente il buon Jorge Amado in “Mar Morto” o in “Capitães de areia”, per esempio. Tra di loro anche una donna è ricordata in tanti samba e ballate Rosa Palmeirão, che dicevano essere bella e forte e bravissima nell’arte. Dicono che sotto la gonna nascondesse un rasoio affilatissimo, tra i seni un pugnale, che avesse sconfitto sei uomini insieme, che fosse evasa dodici volte di prigione e che conducesse il peschereccio come un uomo. Di lei diceva Mestre Pastinha "Era realmente aquela mulher braba, portava navalha, batia em polìcia e dormia com muita gente grande da època. Seabra, Calmom e outros políticos protegiam ela" (era davvero una donna feroce, portava il rasoio, picchiava la polizia e dormiva con molta gente importante dell’epoca. Seabra, Calmom e altri politici la proteggevano).
LA LEGALIZZAZIONE DELLA CAPOEIRA, LA CAPOEIRA OGGI
C’è voluto Mestre Bimba, l’inventore della Luta Regional Bahiana, per costringere il non simpatico (ma provvidenziale) presidente Getulio Vargas ad assistere ad una presentazione capoeiristica, a legalizzarla tra il 1930 e il 1934 e a incamminarla verso il riconoscimento di “sport nazionale brasiliano”.Da quel tempo iniziarono ad apparire le strutture organizzate “academias” dove la capoeira cominciò ad essere insegnata secondo principi didattici stigmatizzati. Come ci rivelano, ad esempio, gli appunti di Mestre Pastinha, e le sequenze dello stesso Mestre Bimba.Ora, tutto quello che poi è derivato da questo periodo della capoeira è quanto di più confuso e divertente si possa trovare nell’interpretazione di una qualsiasi disciplina.
Quello che accadde è che Mestre Bimba, grosso negro con lo spiccato gusto del vincere le contese fisiche, non si sentiva affatto a suo agio nelle modalità innocue e spettacolari che la capoeira del centro, “Pelourinho”, di Salvador aveva assunto dopo essersi accorta delle attenzioni specialmente economiche - che il nascente turismo le riservava. Così, senza andare molto per il sottile, unì alla sua formazione capoeiristica elementi marziali acquisiti con l’esperienza, batezzò il tutto “Luta Regional Bahiana” e se andò a giro contornato di scagnozzi a “acabar com as rodas dos outros” (farla finita con le rodas altrui). Ciò evidentemente suscitò un po’ di malumore più o meno generalizzato.In tutto questo si ritrovò “messo in mezzo” Mestre Pastinha. Negro piccolo e agile, grato alla capoeira tradizionale per averlo salvato dal nonnismo scolastico, si era fatto difensore ufficiale di quest’ultima. Per ripicca nei confronti dell’altro, iniziò a sottolineare gli aspetti della capoeira tradizionale più antitetici alla nuova invenzione regionale.Siccome Mestre Bimba prediligeva i movimenti alti e sintetici, Mestre Pastinha e i suoi allievi sottolineavano quelli più vicini al suolo e “più malandri”. Siccome tra gli allievi di Mestre Bimba cominicarono a contarsi anche borghesi e bianchi, gli altri si fecero portavoce dell’africanità e dell’origine popolare della capoeira. Insomma, la capoeira fu equamente divisa tra due fazioni.
In periferia, ovviamente, tutto questo non stava avendo nessuna rilevanza. Anche perchè, in quel tempo, periferia non significava “luogo lontano dal centro raggiungibile da 15 minuti di autobus” bensì “luogo lontano dal centro e da questi diviso da foresta fitta e possibilmente abitata da fauna tendenzialmente pericolosa per l’essere umano”. È comprensibile, quindi, come i rapporti tra centro e periferia non fossero così continui. Chiaramente, in periferia la capoeira continuò ad essere un unico, ignara della guerra politica che avveniva nel pelourinho. Una capoeira sia malandra e giocosa quanto efficace marzialmente. Poliedrica e istintiva, arte di strada.
La cosa si complicò (e a tutt’oggi risentiamo delle conseguenze) quando gli allievi di Pastinha gli consegnarono peraltro lui racconta d’essere rimasto piuttosto spiazzato e imbarazzato dalla cosa la capoeira angola rendendolo “mestre dei mestres”.Questo comportò l’identificazione della sua capoeira angola o meglio di quella che i suoi allievi promuovevano, visto che lui era già molto vecchio - con la capoeira angola universalmente definita, specie fuori da Salvador dove non si conoscevano abbastanza la storia e i personaggi della tradizione. È così che siamo arrivati al paradosso di non veder riconosciuta fuori da Salvador - come “capoeira angola” la capoeira pre-disputa, la capoeira della periferia, ovvero quella che storicamente è la più tradizionale. Di questo filone capoeiristico fanno parte grandi mestres come Waldemar (che aveva il suo posto nel quartiere da “libertade”) o come i Mestres di Mestre Nô e, infine, lo stesso Mestre Nô. Insomma un grande equivoco che, per fortuna, si sta cercando di spiegare, a partire dalla realizzazione del grande albero genealogico della capoeira angola presente nell’ ABCA (Academia Brasileira de Capoeira Angola).
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