QUANDO I NEGRI SBARCARONO IN TERRA BRASILIS

I veri primi coloni del Brasile furono i gesuiti portoghesi. In un tempo in cui si ignoravano le ricchissime miniere e le grandissime risorse agricole del Paese, la Terra Brasilis venne sbandierata dal Re di Portogallo come vanto di Fede Evangelica, ovvero come conquista il cui unico scopo era quello di portare la Luce di Dio a quelle popolazioni “barbare e infelici”.

Invece presto apparvero i primi diamanti e le prime avvisaglie dell’oro, sia quello comunemente considerato prezioso, sia gli altri due tipi di “oro” nuovissimi e per niente metallici: l’oro dei frutti del cacao che presto avrebbe dolcemente inondato gli elegantissimi salotti europei e il pregiato legno “pau brasil”.

Fu rapido l’interesse che queste “scoperte” destarono tra i futuri coloni, così come l’intenzione di sfruttare al massimo tutte quelle inattese risorse. Ma altrettanto inatteso si propose il problema della mano d’opera poichè gli indios - già difesi a spada tratta dai Gesuiti che avevano passato anni ad evangelizzarli (e che perciò non avevano alcuna intenzione di veder rinchiudere e maltrattare le loro pecorelle così faticosamente conquistate) - si rivelarono anche inadatti al lavoro forzato visto che, avendo in cambio della propria libertà solo virus e bacilli stranieri a cui non erano abituati, morivano come mosche.

L’idea che risolse, a modo suo brillante, fu di importare mano d’opera dall’estero. E sarebbe stata una grande idea se non si fosse trattato di mano d’opera schiavizzata e maltrattata oltre ogni concetto di dignità umana. Gli schiavi, trasportati in condizioni bestiali attraverso l’Oceano, arrivati a destinazione, nelle Fazendas, venivano lasciati a loro stessi: famiglie divise per sempre, ognuno costretto a convivere con chi, nella terra d’origine, era nemico, parlando lingue diverse. Loro stessi furono ad organizzare, per abitarvi dopo il lavoro, piccoli raggruppamenti di basse capanne (o “senzalas”) all’interno delle piantagioni. Ma l’accortezza di mescolare lingue, culture e tradizioni, se in un primo momento si era rivelata utile ai padroni, presto divenne la ricchezza di quelle genti, formando una cultura più ricca, più varia e più forte. E nel bagaglio culturale che ogni schiavo o ognuno degli sparuti indio portava con sè c’erano diverse tradizioni marziali che, unite, dettero vita ad un’arte elegante e micidiale i cui punti forti erano la sorpresa dell’attacco, l’agilità, la precisione.

Era nato il primo germoglio di capoeira. Fino a che venne il giorno in cui, finalmente, gli schiavi cominciarono a fuggire dalle fazendas provocando, oltre il comprensibile disappunto dei proprietari, anche notevoli perdite economiche. Il flebile contrattacco portoghese fu di istituire una guardia privata, costituita per lo più da schiavi (“capitães do mato”) a cui il padrone (“senhor do engenho”) aveva concessi, in cambio dei loro servigi, la libertà e un lavoro anzichè torture e punizioni. Scambio evidentemente assai allettante per gli interessati, che divennero perciò tristemente noti per la loro crudeltà.

Ma spesso le fughe riuscivano e i negri cercavano, come da copione, riparo nella foresta. Qui iniziarono ad apparire piccoli insediamenti chiamati “quilombos” (che letteralmente significa accampamento o fortezza) il cui scopo principale era la difesa dalle incursioni dei cacciatori di schiavi e la sopravvivenza quotidiana degli abitanti stessi. Presto vi arrivarono anche Indios ricercati per “sommossa” (con questo termine si intendeva, per capirsi, ogni opposizione dei nativi del Brasile alla cancellazione sistematica della loro cultura) e coloni europei troppo poveri o semplicemente delinquenti in fuga dalle autorità. Insomma presto i quilombos si caratterizzarono come società multietniche inaspettatamente fertili dal punto di vista culturale e organizzativo e se ne hanno tracce in diverse zone del Brasile: Amazonas, Maranhão, Pernambuco, Bahia, Sergipe, Mato Grosso, Minas Gerais, São Paulo, Santa Catarina e Rio Grande do Sul. Il quilombo più grande e famoso è stato il Quilombo de Palmares.

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